Appia (circonvallazione) Da piazza Camillo Finocchiaro Apnle a via Latina, Appio-Latino.
Il toponimo deriva, come per le vie Appia Antica e Appia Nuova dal censore Appio Claudio Cieco. che naturalmente lasciò la propria impronta di stradista solo sull'antica strada: questa circonvallazione è sorta a ricasco delle altre due e nacque con funzione evidente di collegamento tra le due arterie.
Al n. 144 il moderno edificio dell'Istituto Antoniano femminile Annibale Di Francia, uno dei numerosi istituti educativi della diocesi romana tenuto da religiose; questo è diretto dalle Figlie del Divin Zelo.
Appia Antica (via) Da Porta S. Sebastiano ai confini del Comune, Appio-Latino,Appio Pignatelli e parte Ardeatino.
Seconda per antichità, ma prima per bellezza ed importanza, la via Appia indusse il poeta Stazio a definirla <Appia Longarum teritur regina viarum»; e regina Viiarum è ancor oggi.
Negli antichi tempi, ben due magistrati se ne occupavano espressamente e perfino Giulio Cesare fu curator Appiae ed anche meritorio a detta del Gamucci che ne tesse l'elogio.
Il tratto aperto dal censore Appio Claudio Cieco (da cui il nome Appia), nel 312 a.C. inizia da Porta S. Sebastiano e giunge fino a Capua: verso il 190 si ebbe il prolungamento della via a Benevento e Venosa ed infine la via giunse a Taranto e terminò a Brindisi divenendo così il principale sbocco di Roma per i suoi traffici con l’Oriente.
Il tratto Benevento-Taranto-Brindisi perse ogni importanza e fu abbandonato quando, al tempo dell'impero, Traiano deviò l'Appia congiungendola con la via Traiana che veniva dalle Romagne.
A Benevento, il magnifico arco ancora in piedi, celebra appunto le opere di Traiano e, non a caso. è postovi bivio fra l'Appia consolare e la via traianea.
A Brindisi, due alte colonne di marmo cipollino - una integra e l'altra conservata in piccola parte - indicano il li mite estremo della via e, dall'uso di bere alla salute di chi s’imbarcava per l'Oriente dopo il faticoso viaggio lungo l'Appia - cerimonia che aweniva fra le due colonne in riva al mare - si ha il nostro "fare un brindis.
La celebre via rimase a lungo inutilizzata per la decadenza dell’impero romano: sarà papa Pio VI Braschi che la riaprirà al traffico prosciugando la palude che, straripando, inondava la via tanto da impedirne il percorso opera che ebbe definitivo compimento nel 1855 quando fu aperto uno scolo per le acque.
La via, conservatasi durante le prime invasioni barbariche, ebbe invece a soffrire per opera dei Longobardi e dei Normanni, ma ancor più per le feroci lotte fratricide e guerre di fazione che straziarono Roma ed il suo agro nel Medioevo.
Solo dal tardo Rinascimento l'Appia potrà risorgere per gli studi e gli sforzi di numerosi archeologi ed appassionati storici, da Pirro Ligorio ad Ennio Quirino Visconti, al Nibbio al Canina, al Ripostelli. Benemeriti del ripristino furono papi e nobili signori, quali ad esempio, fra i tanti, la duchessa di Chablais principessa di Savoia ed i Torlonia.
L'Appia assunse subito il carattere di strada signorile: vi sorsero ville stupende (uso che si è rinnovato ai giorni nostri ad opera dei più celebrati divi dello schermo che hanno la villa sull'Appia Antica) come quella dei Quintili, nell'Agro Romano, i cui avanzi erano chiamati la "Roma vecchia", per la loro vastità che li fa assomigliare alle rovine di un'antica città.
Un particolare può sembrare strano, ed è quello che l'Appia presenti numerosissimi sepolcri e vastissime catacombe lungo il suo percorso, tanto da creare un apparente incongruenza fra ville signorili e cimiteri.
Nessuno oggi si costruirebbe una villa in un sepolcreto ma non così al tempo di Roma antica, quando il culto dei morti era altissimo e la bellezza delle sepolture accresceva prestigio alla villa ed alla località ove sorgeva.
L'uso del tempo era quello di seppellire i morti in appositi luoghi extra urbem e la zona dove fu aperta l'Appia era appunto un vastissimo cimitero e la strada fu aperta fra le tombe.
Le inumazioni però continuarono anche dopo che vi andarono ad abitare i ricconi del tempo, perché i Romani ambivano moltissimo essere seppelliti lungo le grandi strade, per tramandare a quanta più gente possibile il loro nome.
Cosi l`Appia viveva di giorno e di notte, poiché le leggi imponevano che i morti fossero seppelliti di notte, al lume delle torce, uso che i nobili mantennero in seguito anche nei funerali che, per sfoggio di opulenza, vollero diurni. Un'usanza durata fino ai giorni nostri e abolita soltanto dopo la seconda guerra mondiale.
La parte più attraente della via Appia è oggi quella che va dalla tomba di Cecilia Metella a Casal Rotondo; conserva per molti tratti la pavimentazione originale con le crepidines (marciapiedi) e, all'osteria delle Frattocchie, si congiunge con l'Appia Nuova.
E comunque zona per lo più fuori dei quartieri urbani.
La via fu anche detta di San Sebastiano, perché porta alla chiesa omonima e non è raro trovarla indicata così nelle guide ed itinerari fino alla prima metà del secolo scorso.
È bene ripercorrerla passando in rassegna le costruzioni più importanti nell'ordine in cui appaiono da Porta S. Sebastiano; può costituire una sorta di revival con tanto di illusione.
È noto infatti che l'Appia era ricca di monumenti di notevole bellezza ed interesse.
I grandi incisori come Piranesi e Rossini, peraltro, ci permettono oggi - attraverso i loro disegni - di vedere com'erano certi monumenti che il tempo ha inesorabilmente distrutto o gravemente menomato, così come i manoscritti di Pino Ligorio ci fanno conoscere come il tratto collinoso dell'Appia fino a S. Sebastiano fosse coperto di monumenti e ville dei quali purtroppo nulla più ci resta.



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