S. Maria ad Martyres. È meglio ed universalmente conosciuta come Pantheon; infatti utilizza il bellissimo tempio che Marco Vespasiano Agrippa innalzò in onore di tutti gli dèi, principalmente pero ai Oc che considerava progenitori di Augusto: Venere e Marte.
Se Agrippa fu ,il primo costruttore del Pantheon, è però certo che il tempio fu interamente ricostruito circa un secolo dopo, nel 118  d C., dall'imperatore Adriano.
Questi volle ricordare l'antico fondatore, collocando sul fregio la famosa iscrizione  che, alla fine del secolo scorso, Guido Baccelli fece coprire con la riproduzione delle originarie lettere di bronzo:

M. AGRIPPA. L. COS. TERTIUM. FEC IT.

Numerose sono le leggende sull'antico tempio, come quella che lo vuole custode della Salvatio Romae, una serie di statue, una per ogni provincia romana, con al collo un campanellino che suonava se la provincia corrispondente si ribellava.
La più famosa leggenda è legata al giorno in cui papa Bonifacio IV consacrò la chiesa; era il 13 maggio 609.
Una data storica per l'urbanizzazione cristiana della Roma pagana: il pontefice per trasformare il tempio ' di tutti gli dei" in quello di "tutti i martiri" aveva saccheggiato le catacombe romane fino a riempire vent’otto carri di ossa di martiri. finite sotto la Confessione del nuovo Santuario.
La cerimonia della consacrazione fu delle più solenni: "le porte del  Pantheon, contrassegnate con la croce, si spalancarono", come rievoca il detta Gregorovius sulla base delle cronache dell'epoca, "e nell'ampia sala risuonarono per la prima volta i canti dei preti cristiani che sfilavano in processione, mentre il papa aspergeva d'acqua santa le spoglie pareti marmoree, prive ormai di qualsiasi traccia di paganesimo.
Alle note del Gloria, che la grande volta restituiva in echi sonori, la fantasia dei Romani vide alzarsi in volo schiere di demoni atterriti, che cercavano di uscire nell'aria libera attraverso l'apertura della cupola.
Il loro numero era pari a quello delle divinità pagane che avevano abitato nel tempio, considerato fin d'allora dai Romani una vera e propria sede infernale". E secondo la fantasia popolare, l'apertura inizialmente non esisteva nella cupola; venne provocata appunto dalle corna di un grosso diavolo uscito dal corpo di UTI indemoniato. Ma la leggende aveva una variante ricordata dal poeta G.G. Belli nel suo sonetto intitolato La Ritonna:

Sta chiesa antica, gente mie, che ce l'ha  ttrova cr nonno de mi' nonna. Peccato abbi d'avè ste porcherie da nun essece bianca una colonna!
Prima era acconzagrata a la Madonna e ce sta scritto in delle lettanie.
Ma doppo s'è chiamata la Ritonna, pe certe storie che nun zò bucìe. Fu un miracolo, fu; perché una vorta
nun c'eretto finestre, e in concrusione je dava lume er bucio de la porta.
Ma un Papa santo, che ciannò in priggione, fece una croce; e ssubbito a la vorta se spalancò da se quell'occhialone. E'r miracolo è mone
ch'er muro, co quer buggero de voto, se ne frega de ce e der terremoto.

Ma francamente non è facile stabilire a quale "papa santo" il nostro poeta, ovvero la tradizione, si riferisse.
I Romani, che chiamarono la chiesa S. Maria Rotonda, furono gelosissimi di quel tempio, tanto da costituire una speciale cura per difendere e conservare il Pantheon.
Subì numerose spoliazioni: dai Goti, da Costante n, che nel 663 si portò via il tetto di tegole bronzi e dorate, credendolo oro zecchino. copertura risarcita poi da Gregorio III  nel 735.
Anastasio IV vi edificò accanto un patriarchio  e nel 1434, Eugenio vi iniziò ad isolare il tempio, opera compiuta soltanto alla fine del secolo scorso, auspice Guido Baccelli.
Pio IV restaurò la magnifica ed originaria porta bronzea; Urbano VIII restaurò il frontespizio e fece costruire dal Bernini, quei due buffi campaniletti che i romani battezzarono «le orecchie d'asino», tolti soltanto nel 1883.
Ancora Alessandro VII restaurò il portico (le cui colonne sembra provenissero dalla Gallura, ricca di cave di granito) e vi fece aggiungere, all'angolo sinistro, le due colonne mancanti utilizzandone due trovate nei pressi di piazza Madama.
Scomparso, invece, il campanile che Pandolfo della Suburra, arciprete, aveva fatto costruire nel 1270.
Vi sono numerose ed illustri sepolture: quelle dei re d'Italia Vittorio Emanuele II e Umberto I nonché della regina Margherita; quella dei Crescenzi e dei Porcari.
Ma la tomba più famosa e che scatenò al tempo del ritrovamento un vero putiferio fu quella del grande Raffaello.
Nel 1833, furono ritrovate ed esaminate le ossa dell'urbinate, senza possibilità di dubbio.
Si dette però il caso che l'Accademia di S. Luca aveva fino ad allora conservato un teschio, vanto della stessa Accademia ed al quale erano tributati grandi onori, che si asseriva esser quello dell'Urbinate, ritrovato da Carlo Maratta. Logico che l'Accademia volesse conservare il proprio cimelio e si opponesse quindi con tutte le sue forze al riconoscimento di quelle povere ossa per quelle di Raffaello.
Fu suggerito alla stessa Accademia di dichiarare che il teschio in loro possesso era quello di Raffaello bambino, ma la proposta non fu accolta.
Le polemiche si accesero talmente fra i dotti ed i non dotti, che suscitarono perfino lo sdegno di Gioachino Belli che ne fece un sonetto:
La chiesa conservò per molti secoli, la reliquia del Volto Santo chiusa in una cassa con tredici  chiavi, ognuna delle quali era custodita dal Caporione degli allora treclici rioni romani.
Due le grandi e caratteristiche feste che si svolgevano nel ricorisacrato Pantheon: una il giorno dell'Assunta.
Nella  quale un marchingegno faceva salire in cielo e lì scomparire. un simulacro della Vergine: l’altra, nella domenica fra Ascensione e Pentecoste chiamata dai Romani Domenica delle Rose, nella quale, durante la messa papale, si faceva cadere sui fedeli dall'impluvium, una fitta pioggia di petali di rosa per ricordare il miracolo della Pentecoste.
Caratteristica anche l'esposizione d'arte che si teneva sotto il pronao del tempio, ad una delle quali partecipò anche Salvator Rosa. L'uso è cessato nel secolo scorso.

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