Piazza del Popolo: Si è parlato di un boschetto di pioppi (latino populus) di proprietà neroniana ed un tempo si era propensi ad accettare la spiegazione data dall'Armellini e cioè che "popolo" va inteso come parrocchia.
È vero che in carte fiorentine e toscane in genere si trova frequentissimo < popolo di santa Croce» o «di san Lorenzo» o altro, inteso nel senso di parrocchia: però mai lo si trova ,n carte romane che parlano sempre di «parocchia» o «ecclesia» ed in senso più lato, di «rione>, o «regione».
Più vera è probabilmente la spiegazione che ne dà il Romano e cioè: essendosi i Romani e papa Pasquale il annoiati del fantasma di Nerone, che si diceva sepolto sotto un noce alle falde del Pincio, noce sul quale ballavano streghe e demoni, decisero di abbattere la pianta e seppellire le ceneri dell'imperatore gettandole a Tevere.
Ciò fu fatto ed in luogo del noce. papa Pasquale fece costruire la cappellina, nucleo primitivo della chiesa di S. Maria.
Poiché tale chiesa fu costruita a spese del popolo romano. ebbe la denominazione di S. Maria o Madonna del Popolo toponimo che poi passò alla piazza.
A riprova, basterà sapere che, prima della costruzione della chiesa. la piazza si chiamava del Trullo da una fontana a forma di trullo che vi era posta in mezzo.
La leggenda del fantasma di Nerone e di papa Pasquale, che inaugurava la cappellina, è raffigurata in bassorilievo sull'altar maggiore di S. Maria del Popolo ed il pontefice vi appare circondato dalla Guardia Svizzera, raffigurazione per lo meno strana se si pensa che la cappellina fu costruita nel 1099 e la Guardia Svizzera non appare nei cortei pontifici che dal XVI secolo in poi.
A darle l'attuale sistemazione fu Giuseppe Valadier; una scenografia perfetta, attuata ai primi dell'Ottocento, con quella forma di stadio tra i due vasti emicicli e il verde del Pincio, nonché il monumentale accesso all'interno della città attraverso il cosiddetto Tridente, con le due chiese gemelle come fronte delle tre vie del Corso al centro e del Babuino e di Ripetta ai lati.
Negli emicicli, due esedre in laterizi ornate da sfingi e. agli estremi, dalle statue delle Stagioni, opere di F. Gnaccarini, F.M. Laboureur, A. Stocchi e F. Baini.
Nel mezzo delle esedre, due fontane: in quella di ovest, Nettuno fra due Tritoni, in quella di est, Roma fra il Tevere e l'Aniene, opere di G. Ceccarini (1823).
La piazza - che prima della sistemazione del Valadier aveva, da un lato, fienili e granai e, dall'altro, una gran vigna appartenente agli Agostiniani - fu spesso teatro di esecuzioni di giustizia, anche capitali.
Vi furono ghigliottinati nel 1825 i due carbonari Targhini e Montanari «rei di lesa maestà e ferite con pericolo», com'è scritto nella relazione di Mastro Titta, e l'anno dopo la piazza vide l'ultimo supplizio della mazzolatura semplice (senza squartamento) ai danni di tale Giuseppe Franconi che aveva ucciso un prete per rapina.
Una lapide - sulla quale sono riapparse le parole «per volere del papa» che erano state tolte dopo la Conciliazione posta sulla parete della caserma dei Carabinieri (che fu caserma della gendarmeria pontificia prima del 1870), ricorda il supplizio dei patrioti Targhini e Montanari.
Sul lato destro della piazza, prima dell'imbocco di via di Ripetta, lo storico Caffè Rosati. Di fronte, prima dell'imbocco di via del Babuino, L'altro celebre Caffè Canova.
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