Piazza Trevi ricorda l'antico trejo, il trivio che va però localizzato nella limitrofa piazza dei Crociferi; qui era la mostra dell'Acqua Vergine, prima della costruzione dell'ormai famosissima fontana e la Piazzetta divideva il rione Trevi da quello Colonna.
L'odierna piazza aveva di fronte alla fontana un portico che fu abbattuto nel XVI secolo e del quale però sussistono ancor oggi alcune colonne, incorporate in un fabbricato.
La via di Trevi era quella che oggi è chiamata via di S. Vincenzo ed arrivava fino alla Pilotta.
Sulla piazza è una delle più antiche farmacie di Roma che conserva, fra scaffali e vasi antichi, una stupenda testa di cavallo legno, che si dice opera del Cellini.
La Fontana di Trevi. È il gioiello della piazza e di Roma, capolavoro di Nicola Salvi, forse ispirato da qualche progetto berniniano.
La leggenda che diede origine alla fontana è nota: Agrippa, genero di Augusto, rientrava con le sue truppe stanche ed assetate a Roma.
Una fanciulla, in quel di Salone, indicò ai soldati una sorgente che Agrippa convogliò poi a Roma, dandole il nome acqua vergine (dal latino virgo,  «fanciulla»).
In quella che sarà poi la piazza odierna alzò una mostra consistente in un alto muraglione cui erano addossate tre vasche di raccolta.
Il muraglione guardava verso l'odierna via del Corso, era cioè perpendicolare all'attuale fontana.
La fontana restò così fino al 1453, allorché Niccolò V diede incarico a Leon Battista Alberti di restaurare la fonte.
L'architetto tolse le tre vasche e le sostituì con un unico vascone, merlò il muraglione e restaurò i mascheroni centrali.
Modifiche di poco conto, finché si arrivò al totale rifacimento ordinato da Pìo IV; la ricostruzione dell'acquedotto da Salone a Roma la si ebbe sotto Pio v e l'acqua ricominciò a sgorgare copiosa nel 1570.
Ma la vera fontana di Trevi nasce, si può dire, con il papa Urbano VIII, che voleva farne una grandiosa, per eternare il suo nome nei secoli.
Architetto prescelto, Gian Lorenzo Bernini, che presentò diversi progetti, tutti costosissimi, per accontentare il papa che voleva vedere la fontana dal palazzo del Quirinale.
Per la costruzione della fonte «papa Gabella» aumentò talmente le tasse sul vino che Pasquino, manco a dirlo, si mise a parlare: “Per ricrear con l acqua ogni romano di tasse aggravò il vino papa Urbano”.
Ma fece di peggio: dette al Bernini un permesso scritto per demolire «un monumento antico di forma rotonda, di circonferenza grandissima e di bellissimo marmo presso S. Sebastiano, detto Capo di Bove», vale a dire la tomba di Cecilia Metella.
Questa volta i Romani si risentirono e Bernini si dovette accontentare di quel che aveva già smantellato e che non era poco.
Urbano VIII ed il Bernini muoiono senza che la fontana sia pronta ma ha però cambiato luogo: è posta dove si trova adesso, ed è soltanto un grosso lavatore, con un vascone dinanzi e nulla più.
Ancora altri papi si occupano di Trevi, ma finché non salirà al soglio di Pietro il cardinal Corsini, il fiorentino Clemente XII, la fontana rimarrà un sogno.
Vince il nuovo concorso un romano assai poco conosciuto, Nicola Salvi, che si mette al lavoro nel 1733.
Muore anche lui prima dell'ultima pietra ma ormai la fontana è fatta ed il  successore Giuseppe Pannini finisce la gran mostra, permettendosi anche qualche modifica al progetto originale del Salvi. Clemente XIII la inaugurerà solennemente nel 1762, così come oggi la vediamo.
Numerose le leggende e gli aneddoti legati alla fontana di Trevi: il più conosciuto, la credenza che gettando un saldino nella fontana, spalle all'acqua si torni senz'altro a Roma; il poetico uso di far bere al fidanzato, che parte per il servizio militare o per lavoro un bicchiere di acqua di Trevi e spezzare poi il vetro, a significare che l'uomo non potrà più scordarsi di Roma e della fidanzata; il grosso vaso ornamentale che si vede sul
destra detto «asso di coppe», che Salvi pose in quel punto perché un barbiere, che lo disturbava con le sue continue critiche, non potesse più vedere i lavori.
C'è anche una piccola nota forse polemica: un cappello vescovile in travertino, gettato con noncuranza in mezzo alle rocce della scenografica fontana.
Alla fine della prima guerra mondiale, gli Americani avevano donato al generale Pershing una villa e volevano decorarne il giardino con una riproduzione della Fontana di Trevi, che pochi di loro avevano però visto o ricordavano.
La volevano in grandezza naturale e raccolsero la cifra di 14 milioni di lire, inadeguata comunque, anche nel 1919; tuttavia, quando un loro incaricato venne a Roma e vide la fontana, ritornò precipitosamente in America, riferendo che la fontana si sarebbe mangiata giardino e villa, tanta era la mole.

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